Nicolò Quirico London Calling

cotantini-05-2014-1La fotografia di architettura è un genere ben preciso dotato di caratteristiche che la rendono particolarmente riconoscibile: l’autore, infatti, si trova di fronte a soggetti che per le loro grandi dimensioni pongono in ripresa problemi tecnici di non facile soluzione e che si possono risolvere solo facendo ricorso a fotocamere professionali in grado di evitare ogni distorsione prospettica. Tuttavia, al contrario di quanti hanno lasciato tracce importanti nella storia della fotografia italiana, Nicolò Quirico non va considerato un fotografo di architettura pur essendosi con questa confrontato con un approccio originale e suggestivo. Viste da lontano, infatti, le sue immagini sembrano puramente descrittive ma, osservate da vicino, rivelano una complessa struttura frutto di una personalissima ricerca che tiene conto di molti piani espressivi. Accostando media differenti che fa dialogare fra di loro, Quirico pone come punto di partenza le riprese da lui stesso realizzate a singole porzioni dell’edificio e poi ricomposte in un collage che rimanda nella stessa misura anche alla grafica. “Palazzi di parole”, questo è il nome dell’intero progetto, infatti prevede che le fotografie vengano stampate su fogli di vecchi libri così che frammenti di frasi, sequenze di racconti, incipit di romanzi si sovrappongono alle architetture creando rimandi non casuali, anche se talvolta criptici. Le recenti immagini che costituiscono una nuova tappa di questa ricerca sono state realizzate a Londra ponendosi così il problema, ben noto a progettisti, urbanisti e opinione pubblica, del rapporto fra la classicità che si lega alla storia stessa della città e l’audacia progettuale che ne simboleggia il desiderio di guardare avanti, verso il futuro. Nicolò Quirico ci regala con le sue fotografie visioni dotate di grande equilibrio, indispensabile per creare accostamenti fra le facciate a mattoncini rossi e quelle di vetro e acciaio, fra gli edifici elisabettiani e i grattacieli, fra le antiche torri e le contemporanee piramidi luccicanti. Anche in questo caso non bisogna accontentarsi di osservare le fotografie da lontano e di apprezzarne l’attenta composizione: saranno gli osservatori più attenti e curiosi ad avvicinarsi alle opere per tentare di decifrare le parole che ne sono parte integrante. Già, perché certe frasi, certi dialoghi, certe esclamazioni – ci suggerisce l’autore – sembrano ancora aleggiare all’interno di questi palazzi conferendo loro una vitalità tutta da indagare.

Costantini Art Gallery – Via Crema, 8 – 20135 Milano
Tel/Fax. +39 02 87391434 – costantiniartgallery@gmail.com
Orario galleria : 10,30-12,30; 15,30-19,30 – chiuso lunedì mattina e festivi
Come arrivare: MM3 Porta Romana – Tram 9 – Bus 62, 90, 91

15 maggio – 28 giugno 2014
Opening giovedì 15 maggio dalle ore 18,00
Catalogo con testo critico di Roberto Mutti

Tra arte e design

La casa morbida è il titolo di una interessante mostra in corso a Milano (tutti i dettagli sul sito di zerodelta) al museo Poldi Pezzoli. Per la verità la mostra è cominciata a marzo, in coincidenza con la design week del 2014 ma si concluderà ai primi di maggio, resta ancora qualche giorno per andarla a visitare.

La mostre è il punto illustra il design applicato, il punto di incontro tra creatività ed architettura, non può sfuggire a chiunque abbia un minimo di interesse per l’argomento!

Il ponte delle polemiche

Quarto Ponte Sul Canal Grande di Santiago CalatravaNon si arrestano le polemiche attorno al quarto ponte sul Canal Grande, progetto dell’architetto Calatrava. Le prossime fasi si svolgeranno addirittura in tribunale: il Comune infatti ha chiesto i danni all’archistar spagnola.

Monza tra Ottocento e Novecento

Napoleone provoca la dispersione di parte del Tesoro del Duomo, riconvertendo parecchi edifici a carattere religioso. Monza viene finalmente dichiarata città nel 1816, prende in seguito parte ai moti d’indipendenza e vede incrementare la nascita di nuove industrie. Nel 1841 si inaugura la ferrovia Milano – Monza, la prima costruita nel nord Italia, e molte strade verso la Svizzera, che costituiscono simboli di grande importanza negli scambi commerciali con l’Europa.

Nasce la prima Camera del Lavoro d’Italia e re Umberto I, salito alla reggenza nel 1878, sceglie Monza come residenza estiva e di campagna, alloggiando nella Villa Reale. Sul vialone antistante il palazzo, il 19 luglio 1900, viene ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci: nel luogo dove cadde ora sorge il suo mausoleo con Cappella Espiatoria, innalzato dagli architetti Sacconi e Cirilli. In onore della regina Margherita, Monza presenta uno stile architettonico liberty, con motivi floreali che rimandano spesso alla margherita. L’assetto urbano muta nel ventennio fascista (Palazzo Municipale) e nel 1922 si costruisce il celebre Autodromo, che rende Monza famosa in tutto il mondo.

La locanda maggiore di Montecatini

Gaspero Maria Paoletti. Esperto di architettura termale e uomo di fiducia di Pietro Leopoldo, ebbe questo incarico dai monaci della Badia di Firenze, che nel 1784 avevano ottenuto la gestione dei bagni termali appena realizzati, secondo la formula della donazione perpetua e gratuita.

La prima pietra del Duomo di Modena

E’ posta la prima pietra del Duomo di Modena. L’architetto è Lanfranco. Viene chiamato a lavorarvi anche lo scultore Wiligelmo. Nel 1106, alla presenza di Papa Pasquale II e di Matilde di Canossa il corpo di San Geminiano viene traslato nella nuova cattedrale.

Ca’ Brutta

A portare questo poco lusinghiero nome è l’edificio all’interno del quadrilatero formato dalle via Moscova, Turati, Appiani, Cavalieri e Mangili a Milano. Il complesso fu progetto e costruito tra il 1919 e il 1922 e probabilmente il suo nome non è del tutto immeritato; occorre ricordare però che l’edificio anticipa la struttura di tutti i moderni condomini del XX secolo e in un certo senso ha contribuito a una svolta nell’architettura abitativa moderna.

Il gran camposanto

In seguito ad una epidemia di colera, nel 1854 veniva bandito un concorso per edificare un cimitero per la città di Messina. I lavori iniziarono nel 1865 in coincidenza con la legge sanitaria relativa alla costruzione dei cimiteri nel Regno d’Italia. Questa legge vietava, per motivi di ordine igienico, la tumulazione nelle chiese ed una distanza del sito di almeno duecento metri dal centro abitato. In seguito alla morte avvenuta nel 1885 dell’architetto Leone Savoia (vincitore del concorso nel 1854) e anche a causa degli eccessivi costi per la realizzazione di un’opera ambiziosa, il cuore monumentale del Gran Camposanto rimase e rimane tutt’ora incompiuto.

Dal punta di vista artistico, l’opera si distingue per la grande diversità di stili presenti nei monumenti funerari: il neoclassico delle prime opere, il neogotico delle tombe dalle bianche guglie (chiesette gotiche in miniatura), le sculture liberty, in bronzo o in marmo. Entrando dall’ingresso principale, si incontrano sia monumenti di personaggi illustri per meriti culturali, scientifici o militari ma anche lapidi per ricordare le vittime del terremoto del 1908. Il Famedio rappresenta il cuore strutturale del Gran Camposanto di Messina. Esso sorge nella sezione centrale del declivio collinare che dall’ingresso principale conduce poi alla parte più alta del cimitero chiamata Cenobio. Da qui si prosegue fino all’imponente Galleria Monumentale la quale, per mancanza di fondi, non fu mai terminata. I sotterranei, scavati lungo l’asse della Galleria Monumentale, si snodano con un lunghissimo percorso ad “L”. Continuando a salire lungo la collina, si arriva alla Spianata, la parte più alta del cimitero. Su di essa sorge la chiesa di stile gotico chiamata Cenobio, inizialmente residenza del Cappellano del cimitero. Il Cenobio, che è circondato da preziosi monumenti di arte funeraria, è considerato un’opera di accademia neogotica di prevalente ispirazione inglese.

La camera picta

L’unitarietà compositiva e stilistica delle pitture non lascia sospettare che il Mantenga abbia lavorato dal 1465 al 1474 alla decorazione dell’ambiente situato al piano nobile della torre nord-orientale del castello di Mantova. La pittura riveste tutta la stanza trasformando la semplice struttura reale in una diversa finta costruzione architettonica, dove illusionisticamente la volta ribassata si innesta su una serie di pilastri che, poggiando su un piedistallo dipinto che corre tutt’intorno al perimetro della stanza, suddividono ogni parete in tre arcate.
Il Mantegna aveva cominciato con il dipingere la volta suddividendola attraverso costoni diagonali in una serie di lacunari.
La sezione centrale del soffitto è occupata da una balaustra circolare in finto marmo bianco che simula un’apertura sul cielo, dalla quale si sporgono a guardare verso l’interno della stanza due gruppi di donne; un pavone e una schiera di putti stazionano in pose spericolate lungo il balcone. In ognuno dei lacunari entro un medaglione in finto marmo bianco è rappresentato il ritratto dei primi otto imperatori romani, da Giulio Cesare a Ottone, identificati da iscrizioni in lettere maiuscole.

Le sezioni triangolari della base della volta contengono storie di Orfeo, di Arione e di Ercole. Sulle pareti, nella centina di ogni arcata, sono raffigurate entro medaglioni le imprese gonzaghesche. Nel 1470 il Mantenga aveva già affrescato la parete settentrionale, dove è raffigurata la Corte di Ludovico Gonzaga. L’identificazione dei personaggi è ancora oggetto di ipotesi; tuttavia alcuni sono stati riconosciuti con certezza: si tratta del marchese, ritratto a sinistra in veste ‘de nocte’, di sua moglie Barbara di Brandeburgo, delle loro figlie Paola e Barberina.

Lucca nel XIX secolo

Caduta in mano di Napoleone, re d’Italia nel 1805, Lucca viene affidata a sua sorella Elisa Baciocchi, che regge il Principato con intelligenza e autorità, benvoluta dai lucchesi, fino al 1814, anno della caduta di Napoleone e dell’esilio in Sant’Elena.

La città passa per 3 anni agli austriaci e poi, come Ducato, sotto Maria Luisa di Borbone, per i successivi 7 anni (a lei è dovuta la costruzione dell’acquedotto ideato dell’architetto Nottolini). Suo figlio Carlo Ludovico non ebbe reale interesse nel governo di Lucca, impegnato in viaggi che lo portavano lontano dalla città (ma si deve a lui la ferrovia Lucca-Pisa, realizzata nel 1848): tuttavia Lucca fu fortunatamente retta da validi ministri in sua assenza. Nel 1847 la città passa al Granducato di Toscana e nel 1860 entra infine a far parte del Regno d’Italia.