Ca’ Brutta

A portare questo poco lusinghiero nome è l’edificio all’interno del quadrilatero formato dalle via Moscova, Turati, Appiani, Cavalieri e Mangili a Milano. Il complesso fu progetto e costruito tra il 1919 e il 1922 e probabilmente il suo nome non è del tutto immeritato; occorre ricordare però che l’edificio anticipa la struttura di tutti i moderni condomini del XX secolo e in un certo senso ha contribuito a una svolta nell’architettura abitativa moderna.

La camera picta

L’unitarietà compositiva e stilistica delle pitture non lascia sospettare che il Mantenga abbia lavorato dal 1465 al 1474 alla decorazione dell’ambiente situato al piano nobile della torre nord-orientale del castello di Mantova. La pittura riveste tutta la stanza trasformando la semplice struttura reale in una diversa finta costruzione architettonica, dove illusionisticamente la volta ribassata si innesta su una serie di pilastri che, poggiando su un piedistallo dipinto che corre tutt’intorno al perimetro della stanza, suddividono ogni parete in tre arcate.
Il Mantegna aveva cominciato con il dipingere la volta suddividendola attraverso costoni diagonali in una serie di lacunari.
La sezione centrale del soffitto è occupata da una balaustra circolare in finto marmo bianco che simula un’apertura sul cielo, dalla quale si sporgono a guardare verso l’interno della stanza due gruppi di donne; un pavone e una schiera di putti stazionano in pose spericolate lungo il balcone. In ognuno dei lacunari entro un medaglione in finto marmo bianco è rappresentato il ritratto dei primi otto imperatori romani, da Giulio Cesare a Ottone, identificati da iscrizioni in lettere maiuscole.

Le sezioni triangolari della base della volta contengono storie di Orfeo, di Arione e di Ercole. Sulle pareti, nella centina di ogni arcata, sono raffigurate entro medaglioni le imprese gonzaghesche. Nel 1470 il Mantenga aveva già affrescato la parete settentrionale, dove è raffigurata la Corte di Ludovico Gonzaga. L’identificazione dei personaggi è ancora oggetto di ipotesi; tuttavia alcuni sono stati riconosciuti con certezza: si tratta del marchese, ritratto a sinistra in veste ‘de nocte’, di sua moglie Barbara di Brandeburgo, delle loro figlie Paola e Barberina.

Palazzo Centi

Costruito tra il 1747 e il 1755 da don Rocco Chicchi di Pescocostanzo (L’Aquila), l’imponente edificio rappresenta l’apice dell’architettura civile aquilana del ’700. In stile pienamente barocco, pur con elementi tardo manieristici, l’edificio vanta un grandioso portale sormontato da una balconata articolata su linee curve e sorretta da sei colonne ioniche.

Gorizia nel 1700

Nel Settecento, considerato il secolo d'oro per Gorizia, la popolazione aumenta fino a ottomila abitanti.
Soprattutto sotto l'imperatrice Maria Teresa la città si abbellisce. L'architetto goriziano Nicolò Pacassi progetta due tra i più begli edifici cittadini: palazzo Attems Santacroce, oggi sede del Municipio, e lo splendido palazzo Attems, sede dei Musei Provinciali. Allo stesso Nicolò Pacassi si deve il palazzo imperiale di Schönbrunn a Vienna. L'Età dei Lumi rappresenta una feconda stagione per le arti e le lettere.
Migliorano le condizioni sociali e nascono i primi circoli culturali, come l'Accademia dei Filomeleti e quella degli Arcadi romano sonziaci. Nascono le prime tipografie, gioielli dell'artigianato locale, di cui si servono per stampare le loro opere il librettista di Mozart, Da Ponte, e Casanova.
Si fa strada una storiografia goriziana che ha in Rodolfo Coronini Cronberg e in Carlo Morelli i suoi protagonisti.
Gorizia fa da cerniera tra gli influssi viennesi e la prepotente influenza artistica veneziana: Giovanni Michele Lichtenreiter e Antonio Paroli sono i maggiori rappresentanti di una scuola pittorica locale che si afferma nel Settecento.
In questo secolo Gorizia assume le caratteristiche di città ricca e attraente.
Carlo Goldoni: "Non vi è provincia in Italia ove vi sia tanta nobiltà come in questa" e Giacomo Casanova: "Mi trattenni a Gorizia fino alla fine del 1773 e durante le sei settimane di quel soggiorno trovai tutti gli svaghi che potevo desiderare…".
A testimonianza di un'epoca di pace e di tolleranza è la costruzione, nel 1756, della Sinagoga ebraica.

Palazzo Doria Tursi

Palazzo Doria Tursi è il più vasto (copre complessivamente un'area di duemila metri quadri) e maestoso edificio di via Garibaldi. Lo commissionò Nicolò Grimaldi: chiamato dai concittadini "il monarca" per la sua ricchezza.

Fu costruito dai fratelli imperiesi Domenico e Giovanni Ponsello fra il 1565 e il 1579; decaduto il Grimaldi nel 1596, il palazzo passò per cinquantamila scudi d'oro a Giovanni Andrea Doria, principe di Melfi e ammiraglio dell'Impero, e successivamente a suo figlio Carlo, duca di Tursi. Nel 1820 venne acquistato dai Savoia, e dal 1848 è proprietà del Comune di Genova.

Il prospetto risulta lungo il triplo rispetto a quelli circostanti; la facciata è rivestita da un alto zoccolo in bugnato e scandita da due ordini sovrapposti di finestre. Le ampie logge laterali, affiancate da balaustre marmoree, furono aggiunte dopo il 1597,  contemporaneamente alla sistemazione dei maestosi giardini retrostanti; agli inizi dell'Ottocento Vittorio Emanuele I di Savoia avviò un restauro interno, affidandone la cura a Carlo Bandoni e G.B. Cervetto, e fece compiere varie modifiche, tra cui  l'aggregazione al palazzo dei resti della chiesa di San Francesco di Castelletto, demolita in quegli stessi anni. Oltre l'atrio, la corte rettangolare, sopraelevata rispetto al portico, ha in fondo lo scenografico scalone a forbice, che dal piano terra sale al loggiato del piano nobile; alla stessa quota, verso nord, un piccolo cortile – preceduto da un residuo del chiostro di San Francesco – collega palazzo Tursi ai volumi gradonati (sormontati da giardini pensili) del nuovo palazzo degli uffici, progettato dall'architetto Franco Albini negli anni '60.
Internamente il salone e due sale attigue furono affrescate nell''800 da Nicolò Barabino e Francesco Gandolfi ("Cristoforo Colombo alla corte di Spagna", 1862); nella Sala della Giunta sono conservati due preziosi cimeli: il violino di Paganini (1742) e l'urna contenente le ceneri di Colombo.

Il duomo di Santa Croce

Il duomo di Santa Croce a Forlì fu costruito sul luogo dove già esisteva un'antica pieve e fu sottoposto nel corso dei secoli a continui rifacimenti e restauri. Per esempio, il portale che oggi è collocato sulla facciata della chiesa del Carmine era il portale principale aggiunto nel Quattrocento alla struttura originaria della chiesa. Nel Seicento fu costruita l'annessa Cappella della Madonna del Fuoco.

Nel 1841 gran parte dell'edificio fu demolita per essere ricostruita sui dettami che venivano allora imposti dallo stile neoclassico. Su progetto dell'architetto Giulio Zambianchi fu portato a termine sulla facciata un gigantesco pronao retto da sei enormi colonne. Nel 1944 i tedeschi in ritirata fecero saltare in aria il campanile che fu ricostruito solo nel 1970, più basso dell'originale. Nell'esplosione e nel crollo vennero danneggiate altre parti della chiesa che sono state recuperate solo dopo ingenti opere di restauro.

Firenze Capitale d’Italia

Il 27 Aprile 1859, per unanime volontà del popolo, desideroso di riunirsi all'Italia, Leopoldo II di Lorena rinuncia al suo regno. L'annessione al nuovo Regno d'Italia avvenne nel Marzo della anno seguente, quando Bettino Ricasoli presenta al re Vittorio Emanuele II l'atto di annessione della Toscana al Piemonte. Nel 1865 e fino al 1871, Firenze viene proclamata Capitale d'Italia, con la chiara volontà di trasferire al più presto la capitale nella città di Roma.

In questi anni, l'architetto Giuseppe Poggi elaborò un particolareggiato piano urbanistico per la città, per adeguarla al ruolo di capitale, sull'esempio del piano di Hausmann di Parigi. Venne infatti abbattuta la vecchia cinta muraria realizzando al loro posto un sistema di Boulevards, e vennero rammodernati diversi antichi palazzi fiorentini.

Palazzo Gondi

Una delle più belle opere di Giuliano da Sangallo, venne tuttavia portato a termine alcuni secoli dopo la sua morte, avvenuta nel 1516 contribuendo alla bellezza della città di Firenze. Chi lo realizzò si attenne strettamente al progetto originale, cosa che ci permette oggi di poter ammirare una sorta di manifesto dell'architetto fiorentino.

Il Cimitero monumentale di Bonaria

Nel cimitero di Cagliari dalle misere croci in legno dei meno abbienti al triste angolo in terra sconsacrata dei morti suicidi, dalle sobrie lapidi in granito alle faraoniche cappelle di famiglia contornate di marmi e statue.

E' una singolare e alquanto insolita galleria d'arte all'aperto quella del Cimitero Monumentale di Bonaria. Sorto ai piedi dell'omonima collina, l'area già in epoca punico-romana era utilizzata come necropoli, il Cimitero venne progettato dal capitano del genio Luigi Damiano e inaugurato il primo gennaio 1829.

Il Cimitero di Bonaria non solo racconta più di un secolo di vita della città, con i suoi personaggi illustri, la ricca borghesia commerciale e imprenditoriale o i più anonimi cittadini, è un vero compendio alla luce del sole, di storia dell'arte. Dipinti, busti, affreschi, bronzi, effigi, colonnati, sculture, sontuose cappelle sono la diretta testimonianza delle tendenze stilistiche più in voga del momento: dal neoclassicismo al realismo, al simbolismo e al liberty. Anche gli artisti impegnati nella realizzazione di queste opere "d'arte funeraria" sono tra i più rappresentativi del momento.

Lo scultore Giuseppe Sartorio, Enrico Geruggi con i suoi ramage liberty realizzati in bronzo ai primi del Novecento, Emanuele Giacobbe, Vincenzo Vela. Ancora il Gavallotti autore del monumento ad Enrico Serpieri, Giovanni Battista Villa, che realizzò la statua alla memoria di Maria Anna Barrago deceduta nel 1874 e inoltre Tito Sarrocchi, Bonati, Pandrani, Alberoni. Non meno importanti sono gli affreschi di Guglielmo Bilancioni, Fillippo Figari, i bronzi di Andrea Valli, gli stucchi di Domenico Bruschi. Anche la scuola scultoria cagliaritana è ben rappresentata dai vari Pippo Boero, Cosimo Fadda, Giovanni Spano, Francesco Ciusa solo per citare i più importanti.

Bolzano: architettura 1857-1900

Nel 1857 l'Amministrazione Comunale chiama Sebastian Altmann, bavarese, all'ufficio di Civico Architetto.

Sotto la sua direzione Bolzano vive un periodo di intensa attività edilizia ed urbanistica sperimentando le forme architettoniche del "Rundbogenstil" dello storicismo tedesco e le metodologie pianificatorie dei "piani regolatori di ampliamento", tipiche espressioni culturali dei circoli germanici e viennesi, con forti elementi di omogeneità con quanto accadeva in quegli anni in tutte le città mitteleuropee.

La nuova stagione si apre nel 1859 con una grande opera pubblica, il nuovo Padiglione centrale dell'Ospedale Civivo di via Sernesi, destinato a sostituire definitivamente l'ospedale medievale di piazza Domenicani. Ma il vero esordio di Altmann è il primo intervento di pianificazione urbanistica: il piano (1860) per il quartiere della Stazione. L'esperienza compiuta con il quartiere della Stazione viene ripresa e perfezionata a partire dal 1870 con il piano regolatore del quadrante sud-ovest della città. Nell'area a sud del nuovo ospedale, infatti, Altmann disegna il quartiere "Neustadt", formato dalle attuali vie Dante, Carducci e Marconi.

Tra il 1875 e la fine del secolo nel nuovo quartiere si costruiscono diversi edifici (oltre ad un paio dello stesso Altmann, un edificio di von Mayrhauser (1875), il Tribunale (1899) ed altri, tutti di impronta classicheggiante). Fondamentali sono le ripercussioni del quartiere nel tessuto storico della città. Mentre nasce la "Neustadt", Piazza Domenicani diviene l'asse di raccordo tra la città antica e il nuovo quartiere: nel 1870 iniziano i lavori di demolizione della parte anteriore del convento, tra il '73 e il '75 si realizza la sede del Ginnasio, nel 1886 il palazzo delle Poste, tra il '97 e il '98 la nuova Kolpinghaus. Il disegno della Bolzano altmanniana è compiuto: costruire un sistema di espansioni sulla fascia meridionale della città e raccordarla al nucleo antico.